Esserci fingendo di non esserci, così Forlani risolse il dilemma del potere
Del grande democristiano, per decenni ai vertici del governo e dello scudocrociato, aveva principalmente una dote (che però solo i più raffinati sanno riconoscere come dote): una coltivata pigrizia, un’ostentata resistenza all’impegno. Poi c’era sempre, inevitabilmente. Ma qui sta una grandezza dei veri capi: attendere la chiamata, non proporsi, provare a uscire di scena prima che cali il sipario.

Quando da leader democristiano frequentava il Palazzo, sempre si trascinava dietro come una sorta d’indolenza, una citazione di Montale o del corregionale Leopardi, l’Ecclesiaste e magari Lenin, se anche il capo bolscevico veniva utile. “Diceva che la felicità è nella lotta. Francamente, ci credo poco”. Palazzo Chigi? Quirinale? Piazza del Gesù? Forlani ruotava gli occhi, aria da indisposto più che da sospettoso: “La politica provoca eccessi di degenerazione psicologica, di appesantimento…”. Un’eternità, da quando tutto crollò, e da quel processo dove pure il Corriere evidenziò “la bava alla bocca” del capo democristiano. Stanco e sconcertato?, gli chiedono adesso. E uno quasi immagina il gesto della mano che scantona l’ipotesi: “Lo ero per come la verità poteva essere strapazzata in tribunale…”. Ora Forlani è tornato. Con un libro, s’intende: “Potere discreto” (Marsilio, 15 euro), una lunghissima intervista con Sandro Fontana (ex direttore del Popolo, mitico “Bertoldo”) e Nicola Guiso, notista dell’antico quotidiano diccì. Il titolo ovviamente lo ha scelto il diretto interessato, sintesi perfetta della filosofia di una lunga stagione di potere e gloria, “si può governare senza sembrare di stare al governo”.
E siccome Forlani è sempre Forlani – le cose di qualità, e gran parte dei capi democristiani lo sono stati, durano e restano immutabili – ci ha messo ben otto anni per rispondere alle domande dei suoi intervistatori. Perché si può pure dire una parola di troppo, ma non è necessario dire sempre parole compromettenti. Come quando, da segretario della Dc, un incauto giornalista gli fece notare che stava parlando senza dire niente. E lui, lampo d’ironia negli occhi: “Ah, sapessi carissimo: io potrei andare avanti così per delle ore”. E’ un libro di Forlani, su Forlani, curato da due estimatori di Forlani. Ma è prima ancora un libro forlaniano al cubo: dove tutto è preciso, dettagliato, sfumato, “la contrarietà non ebbe da parte nostra un taglio tranciante” come “era comunque una discussione tutt’altro che esasperata” fino a “c’era stata un po’ di incomprensione”. Poi, l’aneddoto inaspettato, la battuta capace di farsi aforisma.
C’è, per esempio, il racconto dell’incontro con il generale De Lorenzo: “Non abbandonava quasi mai la parola; raccontava soprattutto episodi di guerra e per uno di questi aveva avuto la medaglia d’oro. Era in borghese e piuttosto elegante, alla cinta dei pantaloni portava un piccolo revolver d’argento e madreperla”. Come lo stralunato incrociarsi alla buvette con Togliatti. “Ero un giovane deputato alla prima legislatura e mi aveva presentato Nilde Iotti, che sempre lo accompagnava”. E qui accade un fatto. “Si era avvicinato in fretta al banco del bar ordinando qualcosa anche l’onorevole Secchia, la guida riconosciuta dell’ala dura e rivoluzionaria. Non si era accorto del segretario del suo partito che gli voltava le spalle e come questi si girò, sfiorandolo con lo sguardo, lui accennò imbarazzato un doppio inchino e si ritrasse frettoloso mormorando delle scuse per un disturbo che non c’era stato”. Ci sono cinquant’anni di vicende italiane, dentro il “potere discreto” forlaniano. Gli scontri nel partito, leader e sottocapi, delusioni e trionfi, antipatie e complotti, il golpe Borghese e quel Quirinale – quasi al termine di tutto – che Forlani mancò per soli 29 voti. E annotazioni sparse sull’infinito generato dalla lunga stagione scudocrociata.
Come la rivelazione su De Mita e Craxi che “per parlare in modo confidenziale e con calma andavano a prendere il caffè in un convento”. O la battuta rivolta a Scalfaro e Spadolini, entrambi aspiranti al Colle: “Erano ugualmente disponibili, ma uno solo poteva essere eletto. Ho detto a entrambi che invidiavo la Repubblica di San Marino che prevede i due capitani reggenti”. O quando Montanelli disse di votare Dc, ma “turandosi il naso”. Osserva Forlani: “Avrà votato per noi, ma non credo che in questo modo abbia convinto altri a farlo”. Scrivono Fontana e Guiso, nella prefazione, che Forlani è “più che un moderato, un temperato” e a rinnovata e giustificata lode quasi azzardano un paragone con la sua terra d’origine, le Marche, “regione che appare tanto più discreta e appartata quanto più si rivela ricca di tesori d’arte e civiltà”. Senza sembrare di esserci troppo, Forlani c’era sempre. Senza l’attivismo fanfaniano, la complessità morotea, la sapidezza andreottiana – Arnaldo c’era.
Fortebraccio sull’Unità diceva che aveva un’espressione da appartamento sfitto, Scalfari su Repubblica lo definiva il Grande Saponificatore che insapona “qualsiasi politica, qualsiasi situazione” – e lui lì. Poteva pure evocare lo scrivano Bartleby di Melville, quello che sempre rispondeva: “Preferirei di no” – ma intanto lì stava. Persino Cossiga, nella gloria del Picconatore, ironizzava sulla sua pazienza: “Povero Forlani, se De Mita grida che io sono matto, lui corregge sussurrando che sono soltanto un po’ nevrotico…”. E al cronista dell’Unità, che insisteva per intervistarlo sul decadente Caf in condominio con Andreotti e Craxi, pazientemente offrì una paradossale e dettagliata disquisizione sulla Caf, intesa Commissione d’appello federale calcistica. Così, si rivede Forlani – più Forlani che mai. E adesso, quando gli chiedono se, andreottianamente, è vero che a pensar male si fa peccato ma si indovina, replica: “Meglio evitare il peccato, specie se non si indovina”. La prudenza davvero non è mai troppa.